Qual è la tua rivoluzione personale? | 2
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La potenza di una parola, la potenza di una scelta. Tutto questo nasconde il termine Rivoluzione e tutto questo verrà fuori nei giorni ricchi di incontri programmati per la tredicesima edizione di Lectorinfabula. I cambiamenti in primo piano sono anche quelli personali che si compiono con le azioni, con i pensieri, con il lavoro. E arrivano sempre dopo grandi stravolgimenti. Come quelli vissuti dalla reporter free lance Francesca Borri, narratrice dei territori di guerra e dell’emergenza, specialista di diritti umani. La sua rivoluzione personale parte da qua: “Mi occupo di Siria e Iraq – ci scrive – Ma nei momenti di tregua, racconto i palestinesi per Yedioth Ahronoth, il principale quotidiano israeliano. Noi giornalisti di guerra, in genere, stiamo in mezzo.

Proviamo a raccontare gli uni e gli altri. E invece, con Yedioth Ahronoth mi sonoritrovata a raccontare gli uni a gli altri: gli uni secondo lo sguardo degli altri. Le lororagioni, le loro giustificazioni. Le loro paure.Ed è stata una rivoluzione. Perchéquando pensiamo a una persona, pensiamo, no?, ad una serie di caratteristiche. E invece – ha continuato Francesca Borri – ho imparato a pensare a ognuno di noi come a una storia. Quando racconto israeliani e palestinesi, non racconto come sono, vivono vicini, si conoscono perfettamente: racconto piuttosto perché sono così. Perché poi nessuno di noi è così diventiamo così – diventiamo quello che siamo. E quindi possiamo anche diventare altro”.

Ci sono poi alcune rivoluzioni inaspettate e indesiderate, ma necessarie. Come quella vissuta da Stefania Giannotti che per una vita si è occupata di architettura, poi di cucina, ora anche di parole.
E’ stata una rivoluzione obbligata, per vivere. Come spesso le rivoluzioni sono – ha raccontato la Giannotti – La rivoluzione delle parole. Certe volte le parole si agitano, creano un movimento. E’ successo dentro e intorno a me quando dopo la grande perdita, la vita mia è cambiata in un istante. Lo racconto in Troppo sale. Nulla è stato più come prima e le parole hanno incominciato ad agitarsi senza senso, come se volessero cambiare luogo, pelle. Ho dovuto strapparle da dove stavano di diritto, dal loro significato, posto consueto e trovargliene uno diverso, capace di rimettermi i piedi per terra e le ali in testa. Il dolore primo tra tutti. Da una condizione odiosa e ricusata da tutti, è emigrato tra le cose da non perdere, non smarrire, da ricercare, da non dissipare. Perché il dolore può accompagnare l’esistenza e a cercare di farlo fuori o di sconfiggerlo si resta soli.
L’obbedienza, quella strana posizione faticosa da prendere, difficile da dare e da chiedere. Ma qui si tratta di obbedienza infinita, senza appello, obbedienza a chi? nessuno me l’ha chiesta, nessuno me l’ha imposta. Allora ho dovuto inventarla e obbedisco per vivere. Obbedienza al cielo, obbedienza a Dio, obbedienza non so. Obbedienza come sollievo. L’obbedienza si slega dalla costrizione, è libera. Libertà e obbedienza: una difficile coppia, preclusa alla rabbia. Poi è stata la volta di mancanza, perdita, assenza…. E poi il nulla, e la bontà senza le buone azioni… e poi e poi…”

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