IL POTERE DELL’INFORMAZIONE NELLA COOPERAZIONE. DALLE PAROLE ALLO SCATTO FOTOGRAFICO
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Il nostro pianeta è in continuo movimento e non lo dicono solo i libri di scienze. Le direzioni di ognuno sembrano opposte: la cooperazione, se sussiste, ha obiettivi diversi e discordanti e tutto ciò stride con il dirompente processo di globalizzazione.

E’ drammatico constatare che gli Stati del nostro globo abbiano in comune più ristoranti McDonald’s che diritti sanitari, ma la realtà dei fatti parla fin troppo chiaro: la salute, ai primi posti dei diritti umanitari, non è globalizzata.

A dialogare su quello che è un evidente problema, in un dibattito moderato dal giornalista SkyTG24 Piero Ancona, sono state tre personalità della cooperazione umanitaria internazionale (Stefania Burbo, Annalisa Camilli e Serena Fiorletta) e un’eccellenza del photo-reporting (Francesco Cocco).

Analizzando innanzitutto il concetto di cooperazione e i suoi obiettivi, Stefania Burbo, membro dell’Osservatorio AiDS – Aids Diritti Salute, ha preso la parola illustrando il fondamentale ruolo delle ONG e cioè cooperare per garantire la salute globale, soprattutto dove l’informazione e la prevenzione scarseggiano. Al momento, le leggi punitive e le discriminazioni verso malattie e contraenti, infatti, impediscono sia la cura, sia la prevenzione, sia l’educazione ad esse.

Si tratta di una complessa e variopinta realtà su cui sarebbe impossibile generalizzare.

A proposito di generi, l’antropologa e responsabile dell’ONG AIDOS (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) Serena Fiorletta evidenzia l’inesistenza effettiva di un ‘neutro’. Garantire i medesimi diritti agli uomini e alle donne è un’inesattezza che grava sulla libertà d’azione femminile: le donne hanno bisogno di grande protezione cooperativa in ambito psicologico e sanitario. Esempio ne è l’estrema delicatezza con cui viene trattato, dalle stesse ragazze, il tema delle malattie sessualmente trasmissibili, non solo in paesi extraeuropei.

A molti il prefisso ‘extra’ susciterebbe sgomento, a tratti paura. L’esperienza internazionale della giornalista Annalisa Camilli insegna ed educa a non cadere nel confuso e impreciso tranello calderone degli ‘immigrati’, un concetto mediatico gettato in pasto al mondo intero grazie alle maggiori testate giornalistiche e che permette giudizi affrettati ed errati da parte dell’italiano medio e di chi comunemente usufruisce le piattaforme digitali.

Per conoscere il diverso bisogna dargli voce, lasciargli spazio nella loro vita e nelle nostre vite: si tratta di un aspetto che la fotografia riesce a catturare insieme, in questo caso, al sapiente utilizzo degli obiettivi di Francesco Cocco. Osservando con attenzione il progetto “Burkinabè”, foto-reportage realizzato in Burkina Faso, gli sguardi dei soggetti parlano molto più di ogni titolo di giornale: lo spirito fotografico, curioso e ‘impertinente’, si è unito al pragmatismo dei membri ONG. E’ uno dei numerosissimi esempi che attestano come, senza cooperazione, lo sviluppo non conosce punti di sbocco. Il bisogno di seguire direzioni convergenti è uno spunto per ‘dislocare’ il soggetto dell’informazione e cambiare obiettivo, non solo in gergo fotografico.

 Sara Sulas

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